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Una bella “ondata” di ottimismo ai negoziati sul clima di Bonn

Non c’è accordo tra gli scien­ziati e gli organ­ismi inter­nazion­ali che da anni stu­di­ano le pos­si­bili con­seguenze dei cam­bi­a­menti cli­matici, ma uno stu­dio pre­sen­tato ai negoziati mondi­ali sul clima (Bonn, 1–12 giugno 2009) dall’Università delle Nazioni Unite, dall’organizzazione uman­i­taria Care Inter­na­tional e dall’ Uni­ver­sità di Colum­bia, riv­ela che nei prossimi decenni, entro il 2050, oltre 200 mil­ioni di per­sone potranno essere costrette a migrare in cerca di sicurezza e sostenibilità.

In par­ti­co­lare, almeno 23 mil­ioni di per­sone potreb­bero essere costrette ad andarsene dalle pro­prie terre a causa dell’innalzamento del liv­ello degli oceani, nelle aree dei delta del Gange, del Mekong e del Nilo, che perdereb­bero almeno 1,5 mil­ioni di ettari oggi des­ti­nati all’agricoltura a fronte di un solo metro di crescita dei mari, evento ritenuto prob­a­bile. Si tratta di cat­a­strofismo ecces­sivo o sono sce­nari pos­si­bili? Appun­ta­mento al 2050 per una risposta…

Il vento fa il suo giro

manifesto il vento fa il suo giro Il vento fa il suo giro Non è un film in prima visione, ma ci tengo a scriverne per­ché lo ritengo estrema­mente ben real­iz­zato e por­ta­tore di molti mes­saggi di grande impor­tanza e attual­ità. Il vento fa il suo giro è un film di Gior­gio Diritti ambi­en­tato in Val Maira, nel cuneese. La sto­ria di un pas­tore francese che cerca un ter­ri­to­rio in cui sta­bilire la pro­pria famiglia e le pro­prie capre, lon­tano dalla “civiltà” quel tanto che basti per vivere dig­ni­tosa­mente e fare il pro­prio lavoro. Un appello dis­per­ato alla sal­va­guardia della mon­tagna, sem­pre più risuc­chi­ata nel “sis­tema” e usata oggi soltanto come luogo di vacanza stagionale.
In un mondo in cui tutto è fun­zionale al con­sum­ismo e all’urbanesimo, chi sceglie di “cantare fuori dal coro” è con­dan­nato al silen­zio e all’emarginazione e, peg­gio, non trova altro che osta­coli e dif­fi­coltà sulla sua strada, che si aggiun­gono alla durezza del lavoro e dell’ambiente montano.
Un film denun­cia che ritrae con lucid­ità e con dovizia di par­ti­co­lari la situ­azione reale delle nos­tre mon­tagne e lo stato in cui versa la nos­tra soci­età, sem­pre meno toller­ante ed inter­es­sata alla pro­pria sto­ria, al pro­prio pas­sato e alle tradizioni ed usanze che l’hanno por­tata sin qui attra­verso i mil­lenni. Una soci­età ipocrita e meschina, cui fa paura il diverso, lo straniero, il cor­ag­gioso, quello che riesce dove gli altri hanno fal­lito o rin­un­ci­ato, e che tenta di infran­gere quel patto non scritto per cui le cose vanno così e deb­bono andare così.
Un film da vedere e su cui riflet­tere. Un film che parla della lib­ertà che non abbi­amo, dell’impossibilità di fare scelte non omolo­gate, della scom­parsa dei vec­chi lavori, delle tradizioni e dell’identità cul­tur­ale (che per­al­tro il pro­tag­o­nista vede come un lim­ite). Bello.

Di notte? Mai più, per favore…

Parte­ci­pate al Gruppo cre­ato su Face­book!
Non è il mas­simo dell’ambientalismo, lo so, ma la For­mula Uno mi è sem­pre piaci­uta, fin da ragazz­ino. A dire il vero molto più da ragazz­ino che non negli ultimi anni, in cui la tec­nolo­gia e le regole hanno trasfor­mato i piloti in taxi dri­vers di gran lusso, con sem­pre meno spazio alla classe e alla fan­ta­sia.
Quest’anno poi la grande novità, la gara del sec­olo, quella di oggi, in not­turna a Sin­ga­pore! Dopo le moto in Qatar in pri­mav­era, oggi anche le mono­posto del cir­cus iridato hanno sfrec­ciato sotto lo spreco dei riflet­tori, senza alcun rispetto per quel poco di coscienza verde che a poco a poco si sta dif­fondendo nel mondo.
Uno spreco di ener­gia elet­trica colos­sale, che va a som­marsi a quello delle troppe par­tite di cal­cio in not­turna, dei con­certi e degli eventi di ogni genere che la nos­tra civiltà sem­bra apprez­zare a fondo soltanto dopo il calare del sole, tanto per dis­tinguerci ancora un po’ dagli altri ani­mali che popolano il globo, molto più saggi di noi in molte occa­sioni.
Certo, in un con­testo ener­giv­oro e dis­sennato come l’automobilismo un sim­ile scialac­quio di KW sem­bra cosa di poco conto, ma la ver­ità è che con­tinuiamo a regredire, a peg­gio­rare i nos­tri com­por­ta­menti, a non porre freni isti­tuzion­ali a carat­tere sovran­nazionale alle troppe idiozie che il busi­ness di volta in volta ci propina. Altro che pro­to­collo di Kyoto! Qui è il bun senso e la decenza che fanno difetto, due doti che ai boss della F1 innega­bil­mente mancano!

Consumo Critico (e Responsabile)

Non sono qui per predi­care boicot­taggi alle aziende o asten­sioni e scioperi dei con­suma­tori (benché a volte nec­es­sari e spesso utili), ma rib­adisco l’urgenza di “edu­care” la gente ad un con­sumo critico, sosteni­bile, respon­s­abile e con­sapev­ole, che tenga conto del ruolo fon­da­men­tale del cittadino/consumatore in una soci­età che deve fare un defin­i­tivo passo in avanti verso il futuro (o rasseg­narsi ad un inevitabile declino).

Credo che con­sumare respon­s­abil­mente sig­ni­fichi innanz­i­tutto essere con­sapevoli che cias­cuno di noi porta in tasca e nel portafogli un’arma dev­as­tante e peri­colosa, l’unica che ci è con­cesso portare in giro senza alcun porto d’armi, ma non per questo meno micidi­ale delle altre: il denaro. Non sono il demo­nio, i soldi, ma gli assomigliano molto e come lui istigano e “ten­tano” ogni giorno mil­ioni di per­sone in tutto il mondo ad un con­sum­ismo ecces­sivo, sfre­nato e dis­sennato, tale da incre­mentare un sis­tema basato sulla crescita espo­nen­ziale e sul man­ten­i­mento di un trend pos­i­tivo che non può essere infinito. Un sis­tema cui non basta il man­ten­i­mento di deter­mi­nati liv­elli e stan­dard (sosteni­bili e durevoli) ma che, per sua stessa natura, è obbli­gato a gio­care sem­pre e soltanto al rialzo. È per questo che i cam­bi­a­menti e l’accelerazione reg­is­trati negli ultimi due­cento anni non sono nep­pure lon­tana­mente parag­o­nabili a quelli fatti nella sto­ria plurim­il­lenaria dell’essere umano (in realtà più che di migli­aia si parla di mil­ioni di anni).

Dalla riv­o­luzione indus­tri­ale in avanti, infatti, il pro­gresso, che fino ad allora aveva avuto mag­giori con­tatti ed affinità con la cul­tura, con il “pen­siero” e con la scienza, ha sposato defin­i­ti­va­mente l’economia ed il cap­i­tal­ismo con­sum­istico e da questi si è fatto traviare. Né è così risul­tata un’accelerazione repentina e vio­lenta che ha ridotto le dis­tanze, bru­ci­ato le tappe e trasfor­mato un insieme armon­ico di soci­età evo­lute e raf­fi­nate in una tribù glob­ale (glob­al­iz­zata) e tec­no­log­ica che calpesta tutto ciò che non le si assoggetta e che fagocita tutto ciò che la circonda.

Sem­bra un sis­tema impos­si­bile da sovver­tire, ma in realtà è molto più debole e pre­cario di quanto non si sforzi di apparire (basta uno sciopero di pochi giorni degli auto­trasporta­tori, ad esem­pio, per accorg­ersene); la sua soprav­vivenza, infatti, è legata ai com­por­ta­menti quo­tid­i­ani delle centi­naia di mil­ioni di indi­vidui che lo com­pon­gono e ad essi dimostra molta minor def­erenza e rispetto di quanto non dovrebbe. Un ottimo esem­pio al riguardo, in Italia (e non solo), è rap­p­re­sen­tato dall’introduzione dell’Euro e dalle sue dram­matiche con­seguenze in ter­mini di potere d’acquisto. Un ottimo esem­pio per­ché ha dimostrato con chiarezza quanto sia in asso­luto dif­fi­cile com­pren­dere le dinamiche ed il sig­ni­fi­cato dei prezzi. Se fosse vero, infatti, che “mas­si­f­i­cando” i con­sumi si potessero gestire i costi dei prodotti e dei servizi e, ancor più, che le pro­duzioni a mag­gior tasso di tec­nolo­gia sono le più soggette a questa dinam­ica (un nuovo prodotto tec­no­logico alla sua immis­sione sul mer­cato ha prezzi proibitivi, poi subisce un calo deciso e costante sino al suo ritiro dal mer­cato a favore della gen­er­azione suc­ces­siva del prodotto stesso), come si spie­gano le clam­orose oscil­lazioni dei prodotti ali­men­tari, della ver­dura, delle materie prime (che, anzi, al miglio­ra­mento delle tec­nolo­gie pro­dut­tive dovreb­bero calare)? La risposta è sem­plice e ovvia: i costi delle merci, una volta appro­dati ad un sis­tema com­p­lesso come quello della Comu­nità Euro­pea, ad esem­pio, non rispec­chi­ano più il loro reale val­ore e la con­tin­genza del momento (cat­tive sta­gioni, scarsa disponi­bil­ità, fat­tori dis­trib­u­tivi, etc.), quindi una serie di fat­tori micro­eco­nomici pro­pri del ter­ri­to­rio, ma var­i­ano in fun­zione di scosta­menti macro­eco­nomici su scala glob­ale e seguono mec­ca­niche e modal­ità imposte dalla polit­ica, dagli accordi inter­nazion­ali, dalle incen­ti­vazioni e dis­in­cen­ti­vazioni imposte a monte.

Ecco per­ché i nos­tri soldi rap­p­re­sen­tano un’arma, dunque. Ed ecco per­ché il sis­tema inter­nazionale, per farci “rigare dritto” ha bisogno di sos­ti­tuire (o di inte­grare) l’antico “ricatto” della divinità che ci osserva e ci giu­dica dall’alto con un più mod­erno spau­rac­chio fatto di ter­ror­ismo inter­nazionale, di “stati canaglia” e di armi non con­ven­zion­ali (che pos­sono colpirci da subito e dal basso…) per dis­toglierci da con­sid­er­azioni ovvie, sem­plici e peri­colose e per isti­garci al con­sumo sfre­nato come unica via di salvezza per una soci­età che voglia man­tenere inal­terati o addirit­tura miglio­rare i suoi stan­dard ed i priv­i­legi acquisiti.

Quello che mi sento di chiedere alla soci­età civile è uno sforzo di lucid­ità e di lungimi­ranza tesi non al rifi­uto del sis­tema, ma bensì alla for­mu­lazione di una risposta chiara e decisa, quanto più pos­si­bile uni­voca ed improntata al rag­giung­i­mento di quel mod­ello equo e sosteni­bile che dovrebbe affer­marsi da solo nelle (pigre) coscienze, non dover essere sol­lecitato da terzi. Ritengo urgente riaf­fer­mare il pre­do­minio della soci­età e della cul­tura sulla polit­ica e della polit­ica sull’economia, nonché del locale sul nazionale e del nazionale sull’internazionale e sul glob­ale, rista­bilendo una scala di val­ori che, dal basso delle pic­cole comu­nità, possa salire in alto e “guidare” la polit­ica mon­di­ale verso scelte dif­fi­cili, spesso impopo­lari, ma ormai impro­ro­ga­bili. La mia idea della soci­età esula e si dis­tacca da una visione glob­ale (glob­al­iz­zante) in cui tutti sono cit­ta­dini e con­suma­tori e tutti (sulla carta) sono uguali, senza dis­tinzione alcuna e senza alcun dis­crim­ine. La nos­tra soci­età è cos­ti­tuita da un insieme di comu­nità etero­ge­nee che riaf­fer­mano quo­tid­i­ana­mente le pro­prie diver­sità quale punto di forza e di aggregazione, non come un lim­ite o un dis­a­gio. Non mi sem­bra sbagliato, in se, che a Roma ci siano ris­toranti ori­en­tali, fast food amer­i­cani o kebab­berie africane; mi sem­bra ter­ri­bil­mente sbagliato, invece, e niente affatto “sosteni­bile”, che a Roma non ci siano più le vec­chie osterie tipiche, con i vini dei castelli e la porchetta, i negozi­etti e le bot­teghe degli arti­giani locali!

Sarebbe costrut­tivo fare una pic­cola prova, tanto per vedere come reagisce “il sis­tema”: smet­tere di com­prare per almeno un mese tutti i prodotti che fanno pub­blic­ità in tele­vi­sione (ovvero quasi tutti) e las­cia­rli lì ad aspettare giorni migliori, sugli scaf­fali dei super­me­r­cati non si tratta di un vero e pro­prio boicot­tag­gio (cui sono forte­mente con­trario, come già scritto) ma di un esper­i­mento per capire quanto noi tutti siamo fon­da­men­tali per la soprav­vivenza di questo mod­ello di sviluppo e di questa soci­età! Pec­cato che sia facile par­larne e dif­fi­cile attuarlo, ma sarebbe davvero impor­tante poter provare. Riflet­ti­amoci su…

Consumo Critico (e Responsabile)

Non sono qui per predi­care boicot­taggi alle aziende o asten­sioni e scioperi dei con­suma­tori (benché a volte nec­es­sari e spesso utili), ma rib­adisco l’urgenza di “edu­care” la gente ad un con­sumo critico, sosteni­bile, respon­s­abile e con­sapev­ole, che tenga conto del ruolo fon­da­men­tale del cittadino/consumatore in una soci­età che deve fare un defin­i­tivo passo in avanti verso il futuro (o rasseg­narsi ad un inevitabile declino).

Credo che con­sumare respon­s­abil­mente sig­ni­fichi innanz­i­tutto essere con­sapevoli che cias­cuno di noi porta in tasca e nel portafogli un’arma dev­as­tante e peri­colosa, l’unica che ci è con­cesso portare in giro senza alcun porto d’armi, ma non per questo meno micidi­ale delle altre: il denaro. Non sono il demo­nio, i soldi, ma gli assomigliano molto e come lui istigano e “ten­tano” ogni giorno mil­ioni di per­sone in tutto il mondo ad un con­sum­ismo ecces­sivo, sfre­nato e dis­sennato, tale da incre­mentare un sis­tema basato sulla crescita espo­nen­ziale e sul man­ten­i­mento di un trend pos­i­tivo che non può essere infinito. Un sis­tema cui non basta il man­ten­i­mento di deter­mi­nati liv­elli e stan­dard (sosteni­bili e durevoli) ma che, per sua stessa natura, è obbli­gato a gio­care sem­pre e soltanto al rialzo. È per questo che i cam­bi­a­menti e l’accelerazione reg­is­trati negli ultimi due­cento anni non sono nep­pure lon­tana­mente parag­o­nabili a quelli fatti nella sto­ria plurim­il­lenaria dell’essere umano (in realtà più che di migli­aia si parla di mil­ioni di anni).

Dalla riv­o­luzione indus­tri­ale in avanti, infatti, il pro­gresso, che fino ad allora aveva avuto mag­giori con­tatti ed affinità con la cul­tura, con il “pen­siero” e con la scienza, ha sposato defin­i­ti­va­mente l’economia ed il cap­i­tal­ismo con­sum­istico e da questi si è fatto traviare. Né è così risul­tata un’accelerazione repentina e vio­lenta che ha ridotto le dis­tanze, bru­ci­ato le tappe e trasfor­mato un insieme armon­ico di soci­età evo­lute e raf­fi­nate in una tribù glob­ale (glob­al­iz­zata) e tec­no­log­ica che calpesta tutto ciò che non le si assoggetta e che fagocita tutto ciò che la circonda.

Sem­bra un sis­tema impos­si­bile da sovver­tire, ma in realtà è molto più debole e pre­cario di quanto non si sforzi di apparire (basta uno sciopero di pochi giorni degli auto­trasporta­tori, ad esem­pio, per accorg­ersene); la sua soprav­vivenza, infatti, è legata ai com­por­ta­menti quo­tid­i­ani delle centi­naia di mil­ioni di indi­vidui che lo com­pon­gono e ad essi dimostra molta minor def­erenza e rispetto di quanto non dovrebbe. Un ottimo esem­pio al riguardo, in Italia (e non solo), è rap­p­re­sen­tato dall’introduzione dell’Euro e dalle sue dram­matiche con­seguenze in ter­mini di potere d’acquisto. Un ottimo esem­pio per­ché ha dimostrato con chiarezza quanto sia in asso­luto dif­fi­cile com­pren­dere le dinamiche ed il sig­ni­fi­cato dei prezzi. Se fosse vero, infatti, che “mas­si­f­i­cando” i con­sumi si potessero gestire i costi dei prodotti e dei servizi e, ancor più, che le pro­duzioni a mag­gior tasso di tec­nolo­gia sono le più soggette a questa dinam­ica (un nuovo prodotto tec­no­logico alla sua immis­sione sul mer­cato ha prezzi proibitivi, poi subisce un calo deciso e costante sino al suo ritiro dal mer­cato a favore della gen­er­azione suc­ces­siva del prodotto stesso), come si spie­gano le clam­orose oscil­lazioni dei prodotti ali­men­tari, della ver­dura, delle materie prime (che, anzi, al miglio­ra­mento delle tec­nolo­gie pro­dut­tive dovreb­bero calare)? La risposta è sem­plice e ovvia: i costi delle merci, una volta appro­dati ad un sis­tema com­p­lesso come quello della Comu­nità Euro­pea, ad esem­pio, non rispec­chi­ano più il loro reale val­ore e la con­tin­genza del momento (cat­tive sta­gioni, scarsa disponi­bil­ità, fat­tori dis­trib­u­tivi, etc.), quindi una serie di fat­tori micro­eco­nomici pro­pri del ter­ri­to­rio, ma var­i­ano in fun­zione di scosta­menti macro­eco­nomici su scala glob­ale e seguono mec­ca­niche e modal­ità imposte dalla polit­ica, dagli accordi inter­nazion­ali, dalle incen­ti­vazioni e dis­in­cen­ti­vazioni imposte a monte.

Ecco per­ché i nos­tri soldi rap­p­re­sen­tano un’arma, dunque. Ed ecco per­ché il sis­tema inter­nazionale, per farci “rigare dritto” ha bisogno di sos­ti­tuire (o di inte­grare) l’antico “ricatto” della divinità che ci osserva e ci giu­dica dall’alto con un più mod­erno spau­rac­chio fatto di ter­ror­ismo inter­nazionale, di “stati canaglia” e di armi non con­ven­zion­ali (che pos­sono colpirci da subito e dal basso…) per dis­toglierci da con­sid­er­azioni ovvie, sem­plici e peri­colose e per isti­garci al con­sumo sfre­nato come unica via di salvezza per una soci­età che voglia man­tenere inal­terati o addirit­tura miglio­rare i suoi stan­dard ed i priv­i­legi acquisiti.

Quello che mi sento di chiedere alla soci­età civile è uno sforzo di lucid­ità e di lungimi­ranza tesi non al rifi­uto del sis­tema, ma bensì alla for­mu­lazione di una risposta chiara e decisa, quanto più pos­si­bile uni­voca ed improntata al rag­giung­i­mento di quel mod­ello equo e sosteni­bile che dovrebbe affer­marsi da solo nelle (pigre) coscienze, non dover essere sol­lecitato da terzi. Ritengo urgente riaf­fer­mare il pre­do­minio della soci­età e della cul­tura sulla polit­ica e della polit­ica sull’economia, nonché del locale sul nazionale e del nazionale sull’internazionale e sul glob­ale, rista­bilendo una scala di val­ori che, dal basso delle pic­cole comu­nità, possa salire in alto e “guidare” la polit­ica mon­di­ale verso scelte dif­fi­cili, spesso impopo­lari, ma ormai impro­ro­ga­bili. La mia idea della soci­età esula e si dis­tacca da una visione glob­ale (glob­al­iz­zante) in cui tutti sono cit­ta­dini e con­suma­tori e tutti (sulla carta) sono uguali, senza dis­tinzione alcuna e senza alcun dis­crim­ine. La nos­tra soci­età è cos­ti­tuita da un insieme di comu­nità etero­ge­nee che riaf­fer­mano quo­tid­i­ana­mente le pro­prie diver­sità quale punto di forza e di aggregazione, non come un lim­ite o un dis­a­gio. Non mi sem­bra sbagliato, in se, che a Roma ci siano ris­toranti ori­en­tali, fast food amer­i­cani o kebab­berie africane; mi sem­bra ter­ri­bil­mente sbagliato, invece, e niente affatto “sosteni­bile”, che a Roma non ci siano più le vec­chie osterie tipiche, con i vini dei castelli e la porchetta, i negozi­etti e le bot­teghe degli arti­giani locali!

Sarebbe costrut­tivo fare una pic­cola prova, tanto per vedere come reagisce “il sis­tema”: smet­tere di com­prare per almeno un mese tutti i prodotti che fanno pub­blic­ità in tele­vi­sione (ovvero quasi tutti) e las­cia­rli lì ad aspettare giorni migliori, sugli scaf­fali dei super­me­r­cati non si tratta di un vero e pro­prio boicot­tag­gio (cui sono forte­mente con­trario, come già scritto) ma di un esper­i­mento per capire quanto noi tutti siamo fon­da­men­tali per la soprav­vivenza di questo mod­ello di sviluppo e di questa soci­età! Pec­cato che sia facile par­larne e dif­fi­cile attuarlo, ma sarebbe davvero impor­tante poter provare. Riflet­ti­amoci su…

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