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HTML Coders made in Italy in Piemonte!
Il web è ricco di proposte di ogni genere, ma per trovare le migliori, si sa, bisogna sempre surfare oltre oceano e cercare quello che serve tra infinite opportunità. Talvolta, però, le buone idee sbarcano anche qui da noi, offrendoci servizi interessanti e moderni, illustrati nella nostra lingua e pagabili in euro, anziché in dollari. Un esempio brillante l’ho scovato in Piemonte, a Borgo San Dalmazzo (CN), dove il web designer Francesco Caruccio ha dato vita al servizio YouDesign, HTML coders Made in Italy.
Di cosa si tratta? Di un semplice, efficace ed economico servizio online, molto diffuso all’estero e pressoché assente qui da noi e così descritto sul sito:
- Tu ci mandi il file sorgente del design grafico (.psd)
- Noi ritagliamo il design e lo convertiamo in XHTML / CSS ed aggiungiamo gli effetti javascript e le modifiche richieste
- Ti mostriamo un video dove potrai ammirare il risultato
- Se il risultato è soddisfaciente, ti inviamo i file necessari: immagini ritagliate, html / xhtml, css, javascript. Se ritieni di non essere soddisfatto, ti rimborsiamo.
Semplice, veloce (da 4 ad 1 solo giorno lavorativo), economico (i prezzi partono da 120 Euro a pagina) e adatto a molteplici target tra cui web agency, designer, sviluppatori; un servizio per chi non sa andare oltre la grafica e progettare pagine web, ma anche molto utile ai professionisti del web, quando hanno i tempi corti e troppi clienti da soddisfare, prima che scappino altrove.
Una buona idea imprenditoriale che ben interpreta il nuovo spirito del web 2.0 e del lavoro, sempre più orientato alle collaborazioni, all’outsourcing e all’iperspecializzazione, in grado di offrire qualità, contenimento dei costi (anche in una logica di parziale alleggerimento degli organici) e risultati. Complimenti a Caruccio e al suo staff.
WebSystem, Expert System e il Semantic Advertising italiano
Ricevo da ll’ufficio stampa di Expert System e volentieri pubblico.
Semantic advertising: l’evoluzione e la rivoluzione del web
WebSystem, la divisione digital di System, concessionaria di pubblicità del Gruppo 24 ORE, ed Expert System, azienda leader nella progettazione di software semantici per la comprensione e l’analisi delle informazioni, hanno siglato un accordo per l’erogazione di online advertising attraverso una tecnologia innovativa: il semantic advertising.
Cogito Semantic Advertiser, il software semantico di Expert System, è infatti capace di comprendere con grande precisione gli argomenti dei testi e di ottimizzare la corrispondenza tra i contenuti pubblicati sulle pagine web e gli annunci pubblicitari ad esse correlate. Questo consente di ottenere pubblicità testuali assolutamente in linea con i contenuti e, pertanto, di grande interesse per gli utenti.
Leggi l’articolo completo su www.ilsole24ore.com.
Per maggiori informazioni:
Ufficio Stampa Expert System – email:ufficiostampa@expertsystem.it
Di chi sono gli account social e i contenuti generati dai dipendenti?
Ecco un punto su cui si dovrebbe riflettere e discutere di più. Oggi sono molte le aziende che cercano dipendenti (più spesso collaboratori e/o consulenti) con capacità comunicative e aggregative sul web e sui social media. Gente “introdotta”, in grado di tenere un blog e di generare contatti e opportunità e che ogni giorno prende un nome nuovo sempre più roboante. Gente in gamba, dipendenti che potrebbero fare gli imprenditori ed ai quali si richiede pressantemente questo: essere “imprenditori dipendenti”.
Ce ne sono molti, in giro. Lavorano per la propria azienda e per se stessi, e più esaltano le imprese del proprio datore di lavoro più aumentano i contatti ed il prestigio personale, in uno strano gioco di reciproco accreditamento. L’azienda si fa grande dei suoi ottimi esperti e comunicatori e gli ottimi esperti e comunicatori si fanno grandi dell’azienda che hanno alle spalle e di ciò che essi stessi producono, tessendone le lodi.
Ma ciò che queste figure producono durante l’orario lavorativo a chi appartiene? Sul lavoro prodotto da un operaio dubbi non ce ne sono, ma se il lavoro è di tipo puramente intellettuale e “volatile” come quello generato sul web e sui social media, come ci si comporta? Finché si tratta di post sul corporate blog, di comunicati stampa e di altri contributi tangibili il discorso è abbastanza semplice: sono dell’azienda, è chiaro. Ma se parliamo di un account o di una utenza social in cui il nome ed il prestigio del dipendente sia di supporto al brand aziendale?
Mettiamo il caso di un account Twitter “Pincopallo of CaioCola”, seguito da migliaia di followers, magari collegato all’omonima pagina Facebook con migliaia di fans. Quelle utenze sono di PincoPallo o di Caio Cola? E nel momento in cui le due entità dovessero dividersi ed andare ciascuna per la propria strada, cosa dovrà esserne di quegli account e di quel patrimonio di contatti? Tanto più che, come sappiamo, la vita privata e quella lavorativa di un comunicatore web (e di tutte le altre figure e definizioni all’uopo coniate) non sono quasi mai del tutto distinguibili, intrecciate come sono nel life mix di un personaggio che spesso lavora anche fuori dall’orario e dagli schemi tradizionali.
Un argomento da dibattere e da affrontare anche in sede legislativa, visto che il nostro impianto legislativo è ancora molto lontano dal 2.0 e dalla realtà lavorativa dei nostri giorni. Voi cosa ne pensate?
Vecchie aziende nuove idee: con il web si può!
Sto passando meno ore in rete, ultimamente, senza trascurare il web ma confrontandomi di più con la vita reale. Giro molto per strada, questi giorni, stupendomi (senza troppa sorpresa) del numero di negozi chiusi, di locali in cerca di un nuovo affittuario, o vecchi di trent’anni, superati, grigi e senza nessuna attrattiva. La monotonia di questo scenario è rotta soltanto dai negozi in franchising e dalle grandi catene, che tengono il passo dei tempi ma appiattiscono le nostre città, con vetrine tutte uguali che sanno soltanto di plastica e di luci colorate.
Tutto uguale, da Roma a Cremona, da Torino a Canicattì, in tutti i centri abitati con più di totmila residenti. E’ la globalizzazione, direte voi. Ma è così inevitabile che questo scenario economico trasformi le nostre città e le renda tutte uguali, mentre centinaia di piccoli imprenditori ed esercenti si ritrovano sommersi dai debiti e costretti a chiudere? Davvero non c’è speranza di rabberciare gli squarci prodotti da 20–30 anni di colpevole rassegnazione ad un nuovo troppo ammiccante e ricco di profferte, per essere rifiutato?
Io credo proprio di no. Anzi, ne sono convinto. Uscire dalla crisi si può, senza illuderci di poter sconfiggere un Golia fatto di multinazionali e di centri commerciali, ma con la disponibilità a cambiare le regole del gioco, ad innovare, a rimetterci in discussione. Le regole per mettere in atto questo cambiamento sono poche, in fondo:
- contrapporre il locale e “il proprio” al globale e “all’altrui”
- contrapporre il “piccolo ma efficiente” al grande e dispendioso
- contrapporre lo sviluppo di partnership e collaborazioni alla necessità di espansione e di monopolizzazione
- mettere in atto il “think global act local”, sviluppando nuove idee e strategie su scala locale
- sviluppare contatti ed opportunità sul web e sui social media, per contenere i costi e generare una propria rete di contatti
Un interessante articolo pubblicato su www.smallbizsurvival.com, intitolato ”4 reasons you need new small biz ideas“, ci suggerisce 4 buone ragioni per sviluppare nuove idee;
- Migliorare
- Rinnovare
- Espandersi
- Cambiare le regole del gioco
Concetti semplici ma illuminanti. Qualsiasi azienda, infatti, ha un margine di miglioramento, ma spesso si tende a sedersi sugli allori e ad assumere atteggiamenti conservativi. L’innovazione dovrebbe essere invece la strategia quotidiana di ciascuno di noi, oltre che delle aziende. L’espansione è una necessità del business, ma va riscritta e reinterpretata, come già sottolineato. Cambiare le regole del gioco è la chiave di lettura di tutta la strategia. E’ da questo impulso che si può venirne fuori, abbandonando i modelli imposti dalla grande distribuzione e dalle multinazionali e ritornando alle origini, alla valorizzazione dei prodotti, delle idee e delle eccellenze del territorio.
Un nuovo sito web ed una nuova web marketing strategy per Retecasa
Dall’Ufficio Stampa di Retecasa S.p.A – Vicenza.
Retecasa S.p.A., società leader nel franchising immobiliare in Italia, annuncia il restyling del proprio sito web www.retecasa.it ad opera di Studio Boraso.com, affermata realtà nello sviluppo di web marketing e progetti immobiliari di successo come Immobilmente.com, che nei primi mesi del 2008 lo aveva realizzato. La nuova versione del sito è online dal 24 luglio scorso, a seguito di un consistente intervento di ottimizzazione, principalmente focalizzato sul SEO (search engine optimization) e sull’usabilità.
Un settore difficile e concorrenziale, quello dell’immobiliare, tanto più nel web, “territorio di caccia” ostile e ricco di competitors e di insidie, da affrontare con gli strumenti giusti oltre che con la professionalità di un network, quello Retecasa, che ad oggi conta oltre 250 punti vendita uniformemente dislocati in tutto il territorio nazionale. Punti di forza del progetto Retecasa sono la vasta gamma di servizi offerti, il supporto, l’assistenza e la visibilità a 360°, grazie a iniziative editoriali e internet; ecco perché è stato compiuto un ulteriore investimento sul sito a poco più di un anno dalla sua messa online.
Rispetto alla precedente versione, gli interventi più evidenti riguardano in egual misura la facilità di accesso da parte degli utenti e la familiarità con le logiche dei motori di ricerca, in costante evoluzione. La nuova impaginazione è progettata per “piacere” agli spider dei search engine, con i contenuti giusti nei posti giusti, cosa che ovviamente piace molto anche agli utenti “umani”. A colpo d’occhio, infatti, il nuovo layout del sito appare più semplice e intuitivo, facile e rapido da navigare in pochi click grazie al nuovo e ben visibile menù orizzontale, un comodo pannello di ricerca per città e alla rinnovata interfaccia di ricerca avanzata, ora più compatta. Il nuovo look & feel del sito appare più ordinato, meno dispersivo e tuttavia sempre ricco di contenuti e di opportunità di navigazione.
Ma non ci sono soltanto interventi tecnici in questo investimento. La nuova strategia di web marketing studiata insieme a Studio Boraso.com, prevede numerosi step e obiettivi, come l’istituzione di importanti partnership con i principali portali immobiliari italiani e un approccio comunicativo nuovo e più in linea con le odierne abitudini degli utenti della rete. Al blog http://news.retecasa.it si affianca oggi la presenza su Facebook e, in prospettiva futura, l’utilizzo dei nuovi strumenti per comunicazione più snella e in tempo reale, come Twitter. Il restyling del sito è dunque l’inizio di un percorso di avvicinamento agli strumenti e ai canali del web 2.0 da parte di una grande azienda che vuole rappresentare un punto di riferimento certo nel settore immobiliare.
USA: 1 milione di Twitter followers per Whole Foods Market
Che tra le grandi aziende americane Twitter stia diventando un canale di promozione e di informazione di grande prospettiva lo si è detto più volte, ma i numeri di questa tendenza non sempre balzano all’occhio, se non in casi eclatanti. E sicuramente eclatante è il milione di seguaci messi assieme su Twitter in poco più di un anno da Whole Foods Market, che entra prepotentemente nel club dei milionari Twitter (una 50 di account in tutto il mondo).
Niente di strano. Twitter è uno dei nuovi strumenti di comunicazione, è gratuito, veloce, immediato e semplice da usare ed è più che normale che le grandi aziende destinino una o più risorse a queste nuove forme di marketing, ma numeri come quelli, tanto più a in per un’azienda che opera in campo alimentare, non possono che stupire e spingere a riflettere chi di questi fenomeni si occupa.
E’ vero, Twitter è ancora un fenomeno di moda e di costume; ai primi posti tra i più seguiti ci sono attori come Ashton Kutcher, con 2,7 milioni di followers ed Ellen DeGeneres (aka TheEllenShow) e star come Britney Spears, tutti oltre i 2 milioni di followers insieme alla CNN (fonte http://twitterholic.com). Attrettanto vero è che le aziende oltre il milione di seguaci si contano sulla punta delle dita: Twitter (1,8 milioni), Google (1,1) e alcune testate giornalistiche. Ecco perché il milione di followers raggiunto da Whole Foods Market è una notizia eclatante!
Una company non tecnologica nell’impero dei media, di Google e Dell (850milla followers), con un account milionario e un’infinità di accounts per ogni singola esigenza dei clienti. Segno di una confidenza nel mezzo che va oltre qualsiasi statistica, ma che sembra davvero premiare l’azienda Texana. Sarebbe davvero ora che anche le nostre imprese si accorgessero di queste opportunità e seguissero esempi illuminanti come questo.
Fortune 500 e i blog aziendali: una crescita lenta e costante

Fortune 500
Una recente ricerca condotta negli USA da Nora Ganim Barnes ed Eric Mattson su dati relativi al 2008, dal titolo “The Fortune 500 and Blogging: Slow and steady and farther along than expected” (Fortune 500 e il Blogging: Lento, costante e più lungo del previsto), traccia un quadro piuttosto interlocutorio del rapporto tra le grandi companies USA (le 500 migliori società secondo il magazine Fortune) ed i social media. Come già scritto su questo blog (Il CEO USA sul social network non c’è: perché?) in relazione ai primi 100 CEO americani, sembra che i colossi del business americano non stiano focalizzando le loro strategie di comunicazione e di approccio sui nuovi mezzi del web 2.0.
Ma ci sono anche segnali di un lento e inesorabile cambiamento. Un primo sguardo ai numeri rivela subito che, nonostante siano solo 81 aziende su 500 (il 16% del totale) ad avere un blog con almeno un post negli ultimi 12 mesi, tra le top 10 sono 5 ad averlo e 5 no (per una percentuale del 50%, che però scende al 30% se si prendono in considerazione le prime 100). I numeri dicono anche, però, che tra le prime 10 e le altre c’è un grande gap in termini di fatturato; si va dai 380mila milioni di dollari della prima, Wal-Mart Stores, quasi alla pari con la seconda, Exxon Mobil, ai 120mila della decima, AT&T, per arrivare ai soli (si fa per dire, ovviamente) 24mila milioni di dollari della centesima, 3M. Leggi il resto di questo articolo »
Il CEO USA sul social network non c’è: perché?
Lo dice una recente ricerca di www.uberceo.com, i cui risultati sono pubblicati nell’articolo “It’s Official: Fortune 100 CEOs are Social Media Slackers“: i chief executive officer (CEO), delle 100 più importanti società americane (dati riferiti all’anno in corsoo) non amano il social network e snobbano Facebook e Twitter.
I dati:
- Solo 2 Amminitratori Delegati (CEO) su 100 hanno un account Twitter
- 13 di loro hanno un profilo su LinkedIn, ma solamente 3 di loro hanno più di 10 contatti
- L’81% dei CEO non hanno una pagina su Facebook
- 3/4 di loro sono citati in qualche modo su Wikipedia, ma almeno 1/3 delle informazioni riportate non sono aggiornate
- NESSUNO dei 100 CEO più potenti d’America ha un suo blog









Sono un esperto web (SEO, web marketing, strategie di comunicazione) e scrivo di questo e di altri argomenti (sostenibilità, ambiente, cohousing, scrittura) su questo e su altri blog.